Un solista lirico per sonate che sanno d’eroico: e vince il dialogo alla tastiera Con applausi scroscianti

Filippo Lovato


VICENZA Se Filippo Gamba è un pianista lirico e posato e Beethoven è un compositore eroico e nervoso, vien da pensare che l’affidare al primo l’esecuzione integrale delle sonate del secondo sia una scommessa non esente da rischi. La Società del Quartetto però non ha tentennato e ha messo la sua fiche sul tavolo. Certo è che ci vogliono combinazioni come queste per scardinare le consuetudini interpretative, per ascoltare qualcosa di nuovo. Qualche sera fa, il 19 marzo, Gamba era al Comunale per il quarto concerto dell’integrale beethoveniana. In scaletta c’erano la sonata op. 22, l’op. 26 e l’op. 27 n. 1 e 2 “Chiaro di luna”, quattro partiture che fotografano una fase di passaggio nello stile dell’autore: il genio di Bonn oscilla tra il conformarsi all’equilibrio di Haydn e il procedere per strappi progressivi a destabilizzare una misura di buon gusto che irretisce la sua espressività. Per Gamba, che ha scelto l’ordine cronologico per la sua integrale, la prima delle quattro è, nella sostanza, ancora una sonata classica. Ecco allora il fraseggio nitido, l’uso sorvegliato del pedale, l’articolazione attenta di ogni nota, le dinamiche ombreggiate con cura, ma mantenute entro una paletta poco contrastata. Un’op. 22 per lo più bene educata, che scatta nervosa in pochi passaggi, come nel trio incasellato nel docile minuetto. Nell’op. 26 il pianista veronese contiene gli slanci anche quando Beethoven canta i suoi eroi. Dopo aver cesellato con lucida intelligenza le variazioni del primo tempo regalando una successione di delizie, dopo lo scherzo scattante, affronta la marcia funebre sulla morte d’un eroe senza turgori retorici. Anzi, vien da pensare che l’accento cada più sul senso di perdita e la tristezza che ne consegue, che sull’eroismo del caduto. La lettura dell’op. 27 n. 1 è meno incisiva: Gamba appare riluttante a dare conto fino in fondo di tutti quei cambi di tempo imposti dall’autore. Per esempio, assimilando una tradizione che annovera anche interpreti illustri, rallenta in senso espressivo l’allegro molto e vivace del secondo movimento. E pazienza per qualche sbavatura nel finale. Nel Chiaro di luna, il connubio tra interprete e autore raggiunge un esito più felice: splendida la dizione dell’adagio sostenuto, in un controllato incanto di arpeggi. Poi un allegretto spontaneamente aggraziato e un presto energico che precipita sulla tastiera senza che l’interprete scomponga la postura. Applausi scroscianti. Come unico bis l’intermezzo in la maggiore op. 118 n. 2 di Brahms. © RIPRODUZIONE RISERVATA